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Qualcuno si stava spacciando per Collien Fernandes online. Lei sostiene che fosse suo marito.

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Il giorno in cui è scoppiato lo scandalo, Stephanie Hubig, ministra della Giustizia tedesca, ha reso pubblica una proposta di legge, a lungo in fase di elaborazione, volta a proteggere le vittime di abusi digitali. La normativa renderebbe reato la creazione o la distribuzione di immagini sessualmente esplicite modificate tramite intelligenza artificiale senza consenso, un reato punibile con due anni di reclusione. Ha inoltre chiesto alle piattaforme tecnologiche di divulgare informazioni sugli account segreti dei social media, in modo da poter rivelare rapidamente l’identità dei trasgressori. Anche i deepfake o le usurpazioni d’identità che non fossero di natura sessuale, ma causassero un danno alla reputazione, potrebbero essere soggetti a procedimenti penali ai sensi della normativa.

Fernandes era soddisfatta che i membri del Parlamento prestassero attenzione alla questione, ma la tempistica dell’annuncio relativo alla normativa ha contribuito a scatenare una forte reazione negativa. Commentatori vicini all’AfD, il partito populista di estrema destra tedesco, insieme ad attori anti-establishment, attivisti per il diritto alla privacy e altri critici hanno accusato Fernandes, in migliaia di post su X, di essere in combutta con Hubig per cercare di erodere, ad esempio, il diritto all’anonimato online.

Altri commentatori hanno insinuato, sui social media o sulla stampa, che la follia della massa stesse minando la presunzione di innocenza, che le donne stessero generalizzando in modo eccessivo considerando tutti gli uomini come persone malvagie («Basta con la femminilità tossica» era il titolo di un articolo su Fernandes pubblicato su una rivista tedesca). I critici hanno accusato Fernandes di aver posato comunque praticamente nuda, di odiare gli uomini, di essere una persona in cerca di attenzione e una cattiva madre.

Non è raro che in Germania chi denuncia casi di molestie sessuali o violenza domestica debba affrontare reazioni negative, afferma Löffler, uno dei giornalisti di *Der Spiegel* che ha portato alla luce la vicenda di Fernandes e che ha pubblicato importanti articoli giornalistici sul movimento #MeToo. Fino a pochi anni fa, in Germania erano rari i servizi giornalistici approfonditi sulle accuse di violenza domestica o molestie sessuali e, quando venivano pubblicati, spesso suscitavano critiche da parte di lettori e commentatori. «Si potevano ricevere commenti del tipo: “Perché devo venire a sapere di questa faccenda privata?”», racconta. Solo negli ultimi anni, spiega Löffler, si è diffusa maggiormente la consapevolezza che scrivere di questi temi sia un modo importante per denunciare gli abusi di potere.

Non è solo una norma culturale ad aver spesso soffocato questo tipo di giornalismo in Germania. La Costituzione tedesca considera inviolabile il diritto alla dignità. In Germania si ritiene che tale principio includa la privacy e il diritto alla “personalità”, inteso essenzialmente come il diritto di controllare la propria immagine. Sebbene la Costituzione tedesca garantisca anche il diritto alla libertà di espressione, i tribunali tedeschi sono costantemente chiamati a trovare un equilibrio tra queste due esigenze, il che ha avuto un effetto notevole sul modo in cui operano i media tedeschi. Negli Stati Uniti, un personaggio pubblico che intenda ottenere un risarcimento danni da un organo di stampa deve dimostrare che quest’ultimo abbia pubblicato informazioni false e abbia agito con “effettiva malizia”. In Germania, i personaggi pubblici possono sporgere denuncia per «offesa» anche se i fatti riportati sono veritieri, e ai tribunali viene spesso chiesto di valutare se un determinato articolo giornalistico sia sufficientemente rilevante per l’interesse pubblico da giustificare la divulgazione dei dettagli personali in esso contenuti.

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