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IA e anziani, il divario invisibile: chi progetta la tecnologia e chi la usa non parlano la stessa lingua

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Sulla carta, gli anziani sono i candidati ideali per beneficiare dell’intelligenza artificiale applicata alla sanità: più patologie croniche, più farmaci da gestire, maggiore necessità di monitoraggio continuo. In pratica, però, sono spesso gli ultimi a trarne vantaggio. Uno studio pubblicato il 30 luglio su JMIR Aging suggerisce che il problema non risiede nella tecnologia, bensì in un fondamentale fraintendimento tra chi la sviluppa e chi dovrebbe utilizzarla.

La ricerca è stata condotta da un team della Johns Hopkins University, dell’Università dell’Iowa e della Washington University di St. Louis, con Zhang Zhang come primo autore e Nancy L. Schoenborn come autrice senior. Il metodo utilizzato è stato qualitativo: 49 interviste semi-strutturate con sei categorie di intervistati: anziani, familiari e assistenti, medici, dirigenti del settore sanitario e assicurativo, sviluppatori e investitori.

Tre parole, sei significati diversi

Il risultato più interessante è anche il più semplice. Alla domanda su cosa determini il successo o il fallimento di una tecnologia sanitaria, tutti e sei i gruppi hanno citato le stesse tre variabili: costo, usabilità e valore. Purtroppo, con queste parole intendevano cose sostanzialmente diverse.

Per gli anziani e i loro assistenti, il valore coincide con l’autonomia e la reale accessibilità. Il costo si riferisce alla spesa diretta, mentre l’usabilità indica un’interfaccia che tenga conto di vista, udito, memoria e destrezza manuale. È una definizione concreta: un dispositivo che funziona perfettamente a livello tecnico ma richiede piccoli pulsanti, menu complessi o risposte rapide è, per una parte significativa dei suoi potenziali utenti, semplicemente inutilizzabile.

Per sviluppatori e investitori, invece, le stesse tre parole si riferiscono a dimensioni del mercato, scalabilità e margini di profitto. Non per cinismo, spiegano i ricercatori, ma per scelta: i tempi di approvazione normativa si aggirano sui quattro-sette anni e, di fronte a un rischio finanziario così prolungato, la ricerca di margini elevati diventa un prerequisito per la sopravvivenza. In definitiva, questi margini vengono trasferiti sul prezzo finale, ovvero sull’elemento che gli utenti più anziani considerano prioritario.

Soluzioni in cerca di un problema

Questo disallineamento genera un attrito molto concreto. Gli utenti finali intervistati hanno descritto la sensazione di ricevere strumenti che sembrano “soluzioni in cerca di un problema”: prodotti sviluppati altrove e successivamente adattati per gli anziani, anziché progettati fin dall’inizio in base alle loro esigenze.

Questa critica mina un incentivo strutturale del settore. Adattare un’applicazione esistente costa molto meno che ripensarne l’architettura per persone con tremori alle mani o con un precoce declino cognitivo. La prima strada avvantaggia gli sviluppatori; la seconda gli utenti. In assenza di un intermediario, la prima prevale quasi sempre.

Gli autori suggeriscono tre direzioni per colmare questo divario: coinvolgere tutte le parti interessate fin dalle fasi iniziali della progettazione, anziché dopo il prodotto finito; investire in una formazione mirata all’alfabetizzazione digitale per aiutare gli anziani a comprendere cosa fa e cosa non fa un sistema di intelligenza artificiale; e utilizzare partenariati pubblico-privati ​​in grado di assorbire parte del rischio attualmente interamente a carico degli investitori privati.

Perché la questione riguarda da vicino l’Italia

Lo studio è americano, di natura qualitativa e limitato in termini di campione: rileva percezioni e priorità dichiarate, non l’effettiva adozione della tecnologia. Le sue conclusioni non possono essere automaticamente trasferite all’Italia, anche perché un sistema sanitario universale sposta significativamente l’onere delle spese a carico del paziente.

Il problema di fondo, tuttavia, ci preoccupa più che altrove. L’Italia è uno dei paesi più anziani al mondo: quasi un quarto dei residenti ha più di 65 anni e questa cifra è destinata a crescere. È a questa popolazione che la sanità digitale viene presentata come la soluzione più promettente, ed è la stessa popolazione che rischia di essere esclusa se l’usabilità continua a essere considerata un dettaglio estetico piuttosto che un requisito clinico.

C’è anche un altro elemento che questo studio mette chiaramente in luce e che va oltre i suoi limiti metodologici: quando una tecnologia sanitaria non viene adottata, la spiegazione più comoda è la diffidenza degli anziani nei confronti della tecnologia digitale. Le interviste rivelano qualcosa di diverso: non un rifiuto della tecnologia, ma una ragionevole richiesta di strumenti progettati per loro. La distinzione è chiara. Nel primo caso, il problema risiede nell’utente; nella seconda, con il progetto.

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