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Recensione di “La vita e le morti di Wilson Shedd”: Amanda Seyfried stupisce

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In un momento del film “La vita e le morti di Wilson Shedd”, un funzionario penitenziario interpretato da Tim Blake Nelson sospira e dice: “Non capirò mai le persone”. Ma Nelson è anche lo sceneggiatore e il regista di “Wilson Shedd”, un dramma cupo e penetrante che si potrebbe considerare un tentativo di comprendere le persone, o almeno le storie che raccontano.

Una produzione indipendente audace che attinge al caso reale che ha ispirato anche la miniserie del 2018 “Escape at Dannemora”, il film del veterano attore caratterista, drammaturgo e romanziere Nelson stravolge la cronologia, trasporta Ernest Hemingway, Flannery O’Connor e persino Emily Dickinson in un contesto carcerario, invita il pubblico a simpatizzare con i suoi personaggi principali e poi costringe gli spettatori a fare i conti con le persone a cui stanno dedicando quella simpatia. Guardarlo può essere un’esperienza inquietante e, verso la fine, anche estenuante; è però un dramma profondamente appagante che non risparmia nessuno, né i personaggi né gli spettatori.

E se tutto ciò può sembrare un po’ scoraggiante, è anche una vetrina per due interpretazioni avvincenti: quella di Scoot McNairy nei panni di un detenuto e quella di Amanda Seyfried in quelli di un’insegnante, intrappolata in un matrimonio violento, che accetta un lavoro per insegnare scrittura creativa ai detenuti.

La trama lineare della storia è che il personaggio di Seyfried, Karen, trova qualcosa di sincero e sconvolgente nei racconti che Wilson Shedd (McNairy) scrive durante le sue lezioni, e a lui lei piace perché non tratta i detenuti con sufficienza come fanno tutti gli altri insegnanti. Il legame che nasce tra le pagine di un quaderno cresce fino a quando lei non inizia a introdurre di nascosto oggetti in carcere per aiutarlo a evadere.

Il film inizia raccontando questa versione lineare della storia, con il personaggio interpretato da Seyfried che viene condotta all’interno del carcere al suono di cicalini stridenti, porte che sbattono con forza e pugni che martellano contro spesse pareti, solo per presentarsi dicendo: «Ciao, sono Karen» con la voce più mite e sommessa che si possa immaginare.

Ma prima che la sua storia si sviluppi troppo, il film passa a due altre narrazioni e si affida al pubblico per ricostruire la cronologia. In una, tre detenuti evasi, tra cui Shedd, corrono attraverso il bosco e fanno irruzione in una baita abbandonata; in un’altra, una giovane famiglia di colore – padre, madre e due bambini in età scolare – parte per una gita. C’è qualcosa di bucolico in quelle scene familiari, ma su di esse aleggia un senso di presagio, persino di sventura.

Più avanti si aggiungono altre storie: una che Shedd scrive in classe su un ragazzo che spara ripetutamente a uno scoiattolo con il suo fucile ad aria compressa perché l’animale si rifiuta di morire, e un’altra in cui i funzionari della prigione seguono i rituali per prepararsi all’esecuzione di Shedd.

I salti temporali non sono realmente fonte di confusione, ma sono provocatori per ciò che mostrano: costringono il pubblico a riconoscere chi sono queste persone e, così facendo, a valutare l’empatia che potrebbero provare.

E non fraintendete: Seyfried e McNairy non possono mai essere liquidati come mostri. Karen ha da tempo voltato le spalle al suo matrimonio, dirigendosi nel giardino sul retro non appena torna a casa per evitare di trascorrere del tempo tra quelle quattro mura che ospitano anche il suo marito brutale. La sua vita è permeata dalla disperazione, al punto che un detenuto con un tocco di grazia nella sua prosa può sembrare un agente di redenzione.

Per Shedd, che è stato gettato ormai da tempo nel mucchio dei rifiuti della società, c’è il desiderio ardente che qualcuno riconosca che vale qualcosa. Sia la Seyfried che McNairy ci fanno provare empatia per questi personaggi, ma sappiamo cosa è successo in passato e sappiamo cosa succederà in futuro, il che rende il discorso sul perdono davvero spinoso.

D’altra parte, ogni genere di persona – e di istituzione – potrebbe aver bisogno di perdono per ciò che accade in “The Life and Deaths of Wilson Shedd”. Nel finale, Shedd si ritrova a camminare lungo i corridoi della prigione, un viaggio che inizia tra rumori di tonfi e colpi e si conclude con un lamento umano struggente accompagnato dalla chitarra acustica. La versione di giustizia dello Stato è fredda, implacabile e terrificante; se queste cose accadono a qualcuno che ha commesso azioni terribili, significa forse che sono giustificate?

Ponendo molte domande scomode e spingendo il pubblico in zone di disagio, “The Life and Deaths of Wilson Shedd” è uno dei film più potenti del TIFF di quest’anno, dove è alla ricerca di un distributore audace. Grazie a due delle interpretazioni da protagonista più strazianti dell’anno, Tim Blake Nelson ha trasformato quello che avrebbe potuto essere un piccolo film provocatorio in un’opera imponente, audace e inquietante.

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