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Chip a base di molecole: il MIT ne fabbrica più di mille senza danneggiarle

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L’elettronica molecolare è una promessa che dura da mezzo secolo. L’idea è tanto elegante quanto ostinata: utilizzare singole molecole – le più piccole unità funzionali disponibili, con proprietà elettroniche che possono essere progettate atomo per atomo – come componenti di un circuito. Non è mai stata la chimica a frenarne lo sviluppo, bensì la produzione.

Un team del MIT afferma ora di aver rimosso l’ostacolo principale. In uno studio pubblicato su Nature Nanotechnology, i ricercatori descrivono un metodo con cui hanno creato oltre mille dispositivi funzionali con strati molecolari di spessore inferiore a un nanometro, senza danneggiare le molecole durante il processo.

Perché finora non funzionava

Il punto critico è il contatto elettrico. Per far parte di un circuito, una molecola deve essere collegata a superfici metalliche che conducono la corrente in entrata e in uscita dal dispositivo. Ed è qui che il metodo tradizionale si rivela inadeguato.

La produzione di chip si basa su processi che prevedono alte temperature, solventi aggressivi e deposizione diretta di metalli. Queste procedure sono perfettamente adatte al silicio, ma devastanti per un materiale molecolare, intrinsecamente fragile. Il risultato, per decenni, è stato un rendimento estremamente basso: pochi dispositivi funzionanti su molti tentativi, prestazioni incoerenti ed esperimenti difficili da riprodurre da un laboratorio all’altro. Ecco perché il titolo stesso dell’articolo sottolinea il concetto di alto rendimento: nell’elettronica molecolare, la coerenza è sempre stata il problema.

L’idea: separare le due fasi

L’approccio del gruppo del MIT è quello che gli autori definiscono “disaccoppiato”, ovvero quello di evitare che le molecole vengano esposte a processi che potrebbero distruggerle.

Nella prima fase, le strutture del dispositivo vengono prefabbricate utilizzando processi standard dell’industria dei semiconduttori. Non essendo ancora presenti molecole, la brutalità del processo non crea alcun danno.

Nella seconda fase, vengono introdotte le molecole e a questo punto entra in gioco il meccanismo centrale: interazioni superficiali progettate su misura trasformano meccanicamente la struttura già realizzata, che si riorganizza fino a chiudersi attorno alle molecole, formando interfacce pulite e autoallineate. Non è il metallo a depositarsi sulle molecole, ma il dispositivo stesso che si chiude attorno ad esse.

Come riassume Sarah Spector, co-autrice principale insieme a Peter Satterthwaite, “le forze su scala nanometrica giocano un ruolo cruciale” in questo approccio. Alle scale coinvolte, forze trascurabili nel mondo macroscopico diventano dominanti e possono essere sfruttate come strumento di assemblaggio anziché essere percepite come una perturbazione.

Il lavoro è stato svolto da un gruppo guidato da Farnaz Niroui, professoressa associata di ingegneria elettrica e informatica al MIT e membro del Laboratorio di Ricerca sull’Elettronica, in collaborazione con il chimico Jeremiah A. Johnson.

I numeri che contano

Due dati danno la misura del risultato.

Il primo fattore è la scalabilità: sono stati fabbricati oltre mille dispositivi, con strati molecolari di dimensioni sub-nanometriche. In un campo in cui il lavoro in genere si basa su pochi prototipi, questa scalabilità cambia radicalmente il significato dell’esperimento, trasformandolo da una semplice dimostrazione di principio a una specifica di processo.

Il secondo fattore è la resistenza: i dispositivi hanno resistito a decine di migliaia di cicli elettrici senza mostrare segni di degrado. È la variabile che distingue un oggetto da laboratorio da qualcosa che un giorno potrebbe essere integrato in un prodotto.

Secondo Niroui, la piattaforma combina la scalabilità della produzione convenzionale di semiconduttori con la precisione dell’autoassemblaggio, aprendo la strada all’integrazione di altri materiali su scala nanometrica e quantistica.

Cosa potrebbe abilitare, e in quanto tempo

Le applicazioni individuate dagli autori includono l’elettronica di nuova generazione – dispositivi più piccoli, veloci e adattabili – nonché la fotonica ad alte prestazioni, i sensori e le emergenti tecnologie quantistiche. Le molecole, a differenza del silicio, possono essere progettate su misura: la loro struttura chimica può essere modificata per ottenere una funzione specifica, cosa impossibile con un materiale di massa.

Tuttavia, è necessario un orizzonte temporale adeguato. Ciò che i ricercatori hanno dimostrato è una piattaforma di produzione, non un chip commerciale. Dai dispositivi di test all’integrazione in architetture complesse, compatibili con i processi industriali esistenti e prodotte su wafer interi, il divario rimane considerevole. Nessuno sostituirà il silicio: la strada realistica è quella di integrarli fianco a fianco, con le molecole che svolgono funzioni specifiche in cui la progettazione chimica offre un vantaggio.

Perché guardare a questo tipo di ricerca dall’Europa

Il dibattito europeo sui semiconduttori si concentra quasi interamente sulla capacità produttiva: quante fabbriche, con quali nodi, con quali finanziamenti pubblici. È una discussione legittima, e con lo European Chips Act ha una sua traiettoria politica.

Ricerche come questa ricordano però che esiste un piano a monte, dove si decide quali dispositivi si potranno costruire tra dieci o quindici anni. Le tecniche di fabbricazione capaci di maneggiare materiali che il processo standard distrugge sono precisamente il tipo di competenza che determina chi avrà qualcosa da produrre quando l’attuale traiettoria di miniaturizzazione del silicio raggiungerà il suo limite fisico.

L’articolo, intitolato Self-assembled contacts for high-yield molecular devices, è disponibile su Nature Nanotechnology.