Non è più possibile interpretare il panorama yemenita esclusivamente attraverso la lente della politica. Gli sviluppi osservati negli ultimi mesi nei governatorati dello Yemen meridionale sotto il controllo del governo indicano chiaramente che la sicurezza e gli affari militari sono diventati il fattore decisivo nel determinare il corso del potere sul terreno. Qualsiasi accordo governativo o politico sarà insostenibile a meno che non venga risolta la questione del controllo della sicurezza e dell’unificazione del comando militare.
Né può essere trascurata la crescente spaccatura tra Arabia Saudita ed Emirati tra i due alleati che hanno plasmato militarmente, politicamente ed economicamente lo Yemen meridionale negli ultimi anni, dato il suo impatto diretto sull’equilibrio di potere e sulla stabilità.
Negli ultimi anni nei governatorati meridionali ha preso forma una complessa struttura di sicurezza, che comprende unità ufficiali e altre emerse durante la guerra. Alcune di queste unità sono collegate a istituzioni statali, mentre altre sono state istituite con il sostegno degli Emirati, come le forze del Consiglio di transizione meridionale, che ammontano a decine di migliaia, o attraverso accordi locali modellati dalle circostanze del conflitto.
Sebbene negli ultimi mesi si sia assistito a iniziative volte a ristrutturare questo panorama in seguito alla sconfitta del Consiglio di transizione meridionale (STC), che ha dichiarato il suo scioglimento a Hadhramaut e al-Mahra il 3 gennaio 2026, il controllo di sicurezza rimane disomogeneo da un governatorato all’altro. Inoltre, le formazioni militari e di sicurezza del STC non sono scomparse del tutto; alcuni sono stati ridistribuiti, mentre il destino di altri rimane sconosciuto.
Ad Aden, la capitale temporanea, le agenzie di sicurezza operano all’interno di una struttura complessa. Alcune unità precedentemente affiliate all’STC hanno visto scomparire il personale e le armi, mentre altre sono state rinominate o ridistribuite. Tuttavia, permangono reti di influenza di lunga data, e il trasferimento della leadership o la ridistribuzione dei campi riflette tentativi di riequilibrio del potere piuttosto che una risoluzione definitiva della situazione.
Lo stesso vale, a vari livelli, per Lahij, Abyan, Dhale, Shabwah e Hadhramaut, dove varia la capacità dello Stato di affermare un’autorità effettiva, così come varia il livello di coordinamento tra le forze di sicurezza ufficiali e le formazioni emerse durante la guerra.
La questione più delicata in questa fase è l’integrazione delle formazioni militari e di sicurezza nei ministeri della Difesa e degli Interni. Lo Stato cerca di porre fine all’autorità di sicurezza parallela, ma il processo deve affrontare sfide complesse, tra cui diverse fonti di finanziamento per alcune unità, diverse lealtà politiche, timori di alcuni comandanti di perdere l’influenza locale e considerazioni relative alla composizione di queste forze. Di conseguenza, l’integrazione appare graduale e si basa più sulla ridistribuzione e sulla ristrutturazione che su misure decisive che potrebbero rischiare di innescare uno scontro.
Il governo che ora ha sede ad Aden, nel sud dello Yemen, si trova ad affrontare una delicata equazione: deve imporre la propria autorità di sicurezza senza far precipitare il paese in un rinnovato conflitto interno.
La transizione da più gruppi armati a un monopolio statale sull’uso della forza richiede consenso politico, sostegno regionale e sostegno internazionale. Qualsiasi mossa affrettata potrebbe riaccendere gli scontri interni, in particolare date le sensibilità politiche e regionali esistenti, così come i timori che la disputa tra Arabia Saudita e Emirati possa innescare ancora una volta uno scontro sul terreno.
Per questo motivo, gli sforzi del governo si concentrano innanzitutto sulla creazione di un ambiente di sicurezza stabile.
Questa traiettoria non può essere compresa senza considerare la dimensione regionale. L’Arabia Saudita vede lo Yemen come un punto strategico diretto per la sua sicurezza nazionale e cerca l’emergere di uno stato stabile lungo il suo confine meridionale.
La disputa tra Riyadh e Abu Dhabi, in particolare dopo che lo Yemen ha richiesto il ritiro delle forze degli Emirati dal suo territorio, è diventata un fattore significativo nel determinare il corso della crisi, soprattutto tra le accuse saudite secondo cui Abu Dhabi continua a sostenere l’STC e a consolidare la sua influenza sul terreno.
Lo Yemen oggi fa parte di un panorama regionale più ampio, intrecciato con le dinamiche del Mar Rosso e le rotte marittime, la competizione per l’influenza nel Corno d’Africa e le tensioni che si estendono dal Sudan alla Somalia fino al Golfo. Per questo motivo, gli attori internazionali – in particolare gli Stati Uniti – desiderano tenere sotto controllo la situazione nello Yemen, temendo che un collasso della sicurezza possa innescare un conflitto all’interno del Golfo, minacciare il trasporto marittimo internazionale, creare spazio per una nuova ondata di gruppi armati o consentire agli Houthi di sfruttare la situazione.
Nella fase successiva, è probabile che il governo continui gli sforzi per consolidare il controllo della sicurezza ad Aden e in altri governatorati meridionali, incluso Hadhramaut, che confina con l’Arabia Saudita, integrando gradualmente unità militari e mantenendo gli equilibri politici per prevenire nuovi conflitti.
Il successo di questi sforzi determinerà se il Paese si sta muovendo verso una stabilità graduale o verso un altro ciclo di rimodellamento dei centri di potere. Data questa realtà, la domanda centrale rimane: chi possiede veramente la capacità di imporre la sicurezza sul terreno, soprattutto dal momento che alcuni attori continuano a spingere il Consiglio di transizione del Sud verso un’escalation che potrebbe riaccendere il conflitto?
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