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Il ritiro morale di Giorgia Meloni su Gaza

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Nel 2014, durante l’assalto israeliano a Gaza che uccise più di 2.200 palestinesi, Giorgia Meloni, allora solo deputata italiana, scrisse sui social media: “Un altro massacro di bambini a Gaza. Nessuna causa è giusta quando versa il sangue di innocenti”.

Più di un decennio dopo, quella chiarezza morale non si trova da nessuna parte.

Da primo ministro, le osservazioni di Meloni su Gaza sono diventate sempre più caute ed equivoche, caratterizzate dal tipo di tono “da una parte, dall’altra” che frustra molti italiani. Il suo discorso sulla guerra contro l’Iran lo scorso marzo ha colto perfettamente questa ambiguità. Ha dichiarato di “né condannare né condonare” il conflitto, una frase che è riuscita a confondere molti senza chiarire nulla.

Così, quando all’inizio di questo mese l’Italia ha annunciato la sospensione del rinnovo automatico del suo patto di difesa con Israele, molti osservatori lo hanno salutato come un punto di svolta: la prova, forse, che il governo Meloni si stava finalmente piegando sotto il peso morale della distruzione di Gaza. Alcuni speravano che questo gesto, per quanto cauto, fosse un raro cenno alla coscienza degli italiani che hanno marciato per mesi, chiedendo la fine della guerra.

Eppure è impossibile ignorare la sequenza che ha portato alla sospensione. Ciò non è seguito all’uccisione di circa 75.000 palestinesi, né alla distruzione degli ospedali, delle scuole e delle moschee di Gaza. La Meloni ha agito solo dopo che le forze israeliane hanno sparato colpi di avvertimento contro un convoglio di forze di pace italiane delle Nazioni Unite in Libano, in seguito a un incidente del 2024 in cui due basi UNIFIL gestite da personale italiano furono colpite dall’esercito israeliano.

Questo modello è significativo. Ci è voluto l’ennesimo affronto diretto al personale italiano, non una catastrofe umanitaria, per muovere il governo italiano.

Lo stesso riflesso è stato visibile quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha insultato Papa Leone XIV. Solo allora la Meloni ha lanciato rare critiche a Trump, definendo le sue parole “inaccettabili”. Fino a quel momento aveva trovato abbastanza tollerabile la sua condotta a Gaza, Cuba, Venezuela e Libano. Ancora una volta è intervenuto il calcolo: non poteva permettersi di alienare gli elettori cattolici conservatori che costituiscono la spina dorsale della sua base politica.

La politica estera della Meloni segue questo copione di performatività morale. L’Italia rimane l’unica nazione dell’Europa occidentale e del G7 a partecipare, anche come “osservatore”, al cosiddetto Board of Peace di Trump, un organismo che molti commentatori italiani hanno deriso come teatro cinico, trasformando l’Italia in quello che un parlamentare ha definito “un vassallo degli Stati Uniti”.

Una petizione civile europea che chiede all’Unione Europea di sospendere il suo accordo di associazione con Israele per i “crimini a Gaza” ha raccolto più di un milione di firme; L’Italia si è classificata seconda per partecipazione dopo la Francia. Questa ondata di protesta pubblica è arrivata dopo lo sciopero generale dello scorso ottobre in solidarietà con la Global Sumud Flotilla, quando più di due milioni di italiani hanno riempito le strade, chiedendo la fine di quello che molti considerano un genocidio.

Ma i gesti simbolici del governo normalmente si dissolvono quando si spostano i riflettori. A pochi giorni dalla sospensione del patto di difesa, l’Italia si è silenziosamente unita alla Germania nel bloccare il tentativo dell’UE, ancora una volta, di sospendere l’accordo commerciale con Israele.

L’Italia della Meloni, si scopre, esprime il dissenso ma pratica l’obbedienza.

Proprio come quando nel gennaio 2024 il Ministro degli Esteri Antonio Tajani dichiarò a gran voce lo stop alle esportazioni di armi verso Israele, salvo poi far sì che il Ministro della Difesa Guido Crosetto chiarisse che il congelamento si applicava esclusivamente alle nuove licenze e non ai contratti esistenti.

E questa settimana, Meloni ha “condannato” Israele per aver sequestrato in acque internazionali navi della Global Sumud Flotilla e per aver arrestato attivisti – tra cui diversi italiani – ma non ha intrapreso alcuna azione diplomatica concreta. Invece, ha ribadito ulteriormente la sua affermazione secondo cui la flottiglia “non fornisce un aiuto significativo a chi ne ha bisogno”. Ma i sondaggi ora mostrano un divario crescente tra la retorica del governo e il sentimento pubblico. Anche molti elettori conservatori che un tempo simpatizzavano con Israele sono diventati a disagio di fronte alla portata delle sofferenze dei civili, e di recente sondaggio ha rilevato che solo l’11% degli italiani considera Israele “un alleato”. Per la Meloni, che definisce la sua leadership attraverso l’orgoglio e la sovranità nazionalista, questo disagio è politicamente pericoloso.

L’atteggiamento simbolico diventa quindi vitale.

Sospendere una clausola di “rinnovo automatico” in un patto di difesa costa poco. Lo stesso ministro degli Esteri israeliano ha ammesso che l’accordo “non ha alcun contenuto sostanziale”. La cooperazione commerciale e tecnologica, al contrario, implica miliardi di euro e un profondo coordinamento strategico. Mentre l’annuncio di Roma ha fatto notizia in prima pagina, i diplomatici italiani a Bruxelles hanno assicurato che nulla di rilevante dal punto di vista economico era messo a repentaglio.

La realtà è che la dipendenza dell’Europa dalla tecnologia di difesa, dalla cyber-intelligence e dai sistemi di intelligenza artificiale israeliani è profonda, e l’Italia non fa eccezione. I giganti dell’industria italiana Leonardo SpA e Fincantieri mantengono forti partnership con aziende israeliane come Elbit Systems, con Leonardo che produce componenti per gli aerei da combattimento F-35 pesantemente utilizzati a Gaza. Nonostante le proteste e le petizioni dei lavoratori che chiedono la rottura totale dei rapporti, questi contratti continuano senza sosta.

Le contraddizioni si estendono alla diplomazia. L’Italia si è ripetutamente astenuta o ha votato contro le risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che chiedevano un cessate il fuoco, ha rifiutato di sostenere la candidatura della Palestina per l’adesione alle Nazioni Unite nel maggio 2024 e si è schierata con Israele contro la Corte penale internazionale, con Tajani che ha respinto la richiesta del procuratore della Corte penale internazionale Karim Khan di mandati di arresto per Netanyahu e il suo ministro della Difesa come “inaccettabile”.

Tuttavia, dopo che la Corte internazionale di giustizia ha riconosciuto, nel gennaio 2024, l’esistenza di un rischio plausibile di genocidio a Gaza, l’Italia, in quanto firmatario della Convenzione sul genocidio, è diventata giuridicamente obbligata ad agire per prevenirlo. Continuare a fornire armi, munizioni, esplosivi e componenti per facilitare lo sforzo bellico di Israele costituisce non solo complicità ma anche violazione del diritto internazionale. Ogni voto mancato, ogni rinnovo silenzioso della licenza, rafforza questa violazione.

Qual è, allora, il traguardo della Meloni?

Il sociologo Alessandro Orsini offre una metafora calzante. Nel suo libro Gaza Meloni: The Foreign Policy of a Satellite State, descrive il comportamento della Meloni come una “strategia della vipera”: “Quando il sole è forte, la vipera si gode la luce sulla roccia esposta. Quando le telecamere la puntano, dice che ‘si sente dispiaciuta’ per i palestinesi. Ma quando il sole scompare, si ritira sotto la roccia, proprio come fanno lei e Antonio Tajani quando devono essere prese decisioni politiche a favore di Israele”.

È un ritratto brutale ma accurato. Gli istinti umani della Meloni emergono solo quando non comportano alcun costo politico.

Parte di ciò deriva dal senso di colpa collettivo dell’Europa. Le storie coloniali e antisemite del continente hanno prodotto una timidezza morale nei confronti di Israele. Un’altra parte è puro pragmatismo: la dipendenza energetica, la cooperazione in materia di difesa e la condivisione dell’intelligence rendono Israele un partner indispensabile per il progetto dell’UE. Le capitali europee, anche quando inorridite dalle immagini provenienti da Gaza o dal Libano, sono riluttanti a mettere in pericolo tale alleanza.

I doppi standard, tuttavia, sono corrosivi, e questo modello di linguaggio morale che maschera l’interesse personale sembra rispecchiare l’Europa stessa. La Francia condanna Netanyahu una settimana e spedisce munizioni la settimana successiva. La Germania cita la responsabilità storica per giustificare un sostegno quasi incondizionato. E l’Italia si è lasciata diventare poco più che un canale di trasmissione delle agende di Trump e Netanyahu.

Eppure, come Paese, un tempo svolgevamo un ruolo unico come ponte tra l’Europa e il mondo arabo, un ruolo che combinava pragmatismo ed empatia. Quell’identità potrebbe ancora essere salvata. Ma farlo richiede qualcosa di più che semplici sospensioni cerimoniali dei patti di difesa o espressioni di preoccupazione attentamente formulate. Richiede coerenza, il coraggio di allineare la politica estera ai valori dichiarati.

Per Giorgia Meloni quel coraggio sembra scarseggiare.

Se l’Italia vuole davvero essere una nazione sovrana, deve riscoprire la chiarezza morale espressa da Meloni quando era un giovane parlamentare. La convinzione che nessuna causa è giusta quando versa il sangue di innocenti. Fino ad allora, l’Italia rimarrà un ponte che non collega più ma crolla sotto il peso della propria ipocrisia.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

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